Il corpo come palcoscenico

A cura di Maria Grazia Giannini. Disegno di Elisa Bonucci

Ci ho messo anni per capire davvero, profondamente, il significato della frase che molti anni fa sentii pronunciare da mia figlia: “Ho vissuto per anni mettendo su un teatrino”. Una vita dunque che scorreva in un palcoscenico, una vita in cui mente e corpo erano in cortocircuito, in cui
i contatti tra mente e corpo erano interrotti.
Blackout.
Tutti abbiamo bisogno di essere “visti” e di essere ascoltati; se questo non ci pare avvenga allora a volte si usa il corpo come palcoscenico per esprimere il disagio, la sofferenza, la necessità profonda di essere amati. Ecco quindi che si può incorrere in un Disturbo dell’Alimentazione, disturbo che “mangia” la mente distruggendo il corpo, per esprimere una sofferenza enorme, radicata in un disagio identitario. Per tornare ad amarlo quel corpo, ad amarsi, è necessario e indispensabile un ascolto incondizionato.
Bisogna anche imparare a riascoltare con il corpo gli odori del cibo, di un fiore, della pelle; la dolcezza di una carezza, di un abbraccio, il calore di uno sguardo, la gioia di una musica. Permettere che il corpo ascolti anche
quello che fa male: la gola che si chiude per una mancanza, un rifiuto, un insuccesso. Comprendere che quel corpo è l’unico mezzo che abbiamo per distinguerci dagli altri e per entrare in relazione con gli altri; non si può fuggire dal proprio corpo così come non si può fuggire dai propri pensieri e ovunque si vada mente e corpo saranno…noi.
Mente e corpo, legame indissolubile e solo quando sono collegati possiamo davvero vivere. In definitiva mi viene da dire che forse quel palcoscenico tutti noi, in un modo o nell’altro, lo abbiamo costruito, voluto e attraversato in cerca di noi stessi e in cerca di quello sguardo e ascolto il cui bisogno è radicato nella nostra parte più profonda, là dove risiede la nostra preziosa unicità, il nostro io più vero.

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